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‘V. Hugo’

Notre-Dame de Paris

lunedì, 8 giugno, 2009 @ 10:17 am

Sono rimasta molto molto sorpresa dal finale. Non avendo mai visto film e sceneggiati, non avevo idea di come potesse finire, avevo una mia idea in mente, ma Hugo è andato oltre la mia immaginazione!
Nonostante l’inizio molto lento e difficoltoso, il romanzo prende il volo nel momento in cui si iniziano a delineare i rapporti tra i personaggi. Tutto ruota attorno all’egoismo e alla superficialità, a dispetto dell’ingenuità e della purezza (di Quasimodo ed Esmeralda). Hugo aggiunge anche superstizione e ignoranza per completare il quadro di un medioevo, ormai agli sgoccioli, gretto e miserabile. Il popolo è dipinto come una massa informe governata dal pettegolezzo e dal sospetto, una sorta di onda che si muove sospinta dalle dicerie e dall’ignoranza. Gli uomini di cultura (Frollo, Gringoire, ma anche i vari funzionari) sono egoisti e superficiali, e non esitano a calpestare tutto e tutti in virtù del proprio tornaconto, qualsiasi esso sia. Gli uomini, nel complesso, fanno una pessima figura. Frollo è indescrivibile, definirlo pazzo equivarrebbe a privarlo di parte delle sue responsabilità. Gringoire è ignavo, scivola da una parte all’altra senza lasciare traccia nel totale disinteresse per il prossimo. Phoebus è un’idiota. :D L’unico uomo con un animo nobile è Quasimodo che agli occhi di tutti non è nemmeno un essere umano.
Tra le donne, a parte Esmeralda e l’insaccata, spiccano solo le quattro (o erano tre?) popolane che appunto sono fedelissime allo stereotipo a cui appartengono.
In generale, comunque, i personaggi sono un po’ tutti stereotipati e si comportano tutti in modo abbastanza prevedibile; forse questo è dovuto alla giovane età di Hugo e alla sua mancanza di esperienza riconducibile al periodo in cui scrisse il romanzo.
I difetti di questo romanzo sono i soliti di Hugo: prolissità e lungaggine nelle descrizioni ambientali e nella narrazione di eventi che  costituiscono il substrato su cui poggiare la storia. Ci sono dei capitoli in cui ci si trova dinnanzi a un elenco di nomi e di cariche senza che se ne comprenda il reale scopo, oppure a interminabili descrizioni architettoniche che risultano contorte e difficili da seguire.

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I Miserabili

sabato, 29 novembre, 2008 @ 9:47 pm

La settimana scorsa ho finalmente portato a termine la lettura de I Miserabili di Victor Hugo. Romanzo immenso. Tantissimi personaggi, perfettamente caratterizzati e descritti fin nei minimi particolari. Ricostruzioni degli eventi storici, dello stile di vita e della cultura popolare molto dettagliate e accurate. Lessico semplice, ma curato e molto molto enfatico. Il mio giudizio complessivo è più che positivo, anche se a un certo punto ho perso interesse per le infinite narrazioni delle battaglie, delle rivolte, di Napoleone, di Luigi Filippo, della cloaca, dell’argot, etc…

Ho trovato molto dolce il modo in cui Hugo descrive le donne e i sacrifici estremi che queste ultime sono costrette a sopportare per sopravvivere: tristissimo il destino di Fantine e della Cosette bambina, ma anche dell’adolescente Eponine. Inutile dire che ho adorato Jean Valjean dalla prima all’ultima pagina, ho adorato il suo essere in bilico, il suo essere contraddittorio, la sua lotta verso la redenzione, il suo riuscire a fare sempre la cosa giusta al di là dei suoi interessi personali, la sua dignità e la sua onestà.
Non è in Valjean che mi sono identificata, bensì in Javert. Javert così quadrato, rigido, razionale, inflessibile, sempre coerente con la sua visione del mondo fino a che nel suo mondo fatto di estremi non penetra il dubbio. I suoi schemi mentali s’infrangono, Javert perde le sue certezze e perde se stesso.
Escludendo i personaggi principali, il personaggio che più mi ha commosso è papà Mabeuf. Mi ha molto intenerito la figura di questo uomo semplice e dignitoso che vive in un mondo tutto suo e che viene trascinato violentemente alla realtà dalla miseria. Vendendo il suo ultimo libro è come se perdesse l’anima. Mi ha commosso quasi quanto Fantine che è costretta a vendere i denti per racimolare i soldi necessari per Cosette.

[SPOILER WARNING] Il finale è un happy end un po’ strano. I personaggi principali, esclusi Fantine, Marius e Thenardier, muoiono nel corso degli ultimi capitoli. Fantine e Marius rappresentano l’ingenuità e la purezza che trionfa su tutto. Il loro amore così angelico e soave è davvero poco versomile, però è bellissimo da leggere: riempie di dolcezza e tranquillità. Thenardier, invece, rappresenta l’astuzia volta a ingannare il prossimo. Ogni sua azione ha lo scopo di trarre vantaggio ai danni del prossimo. È falso e bugiardo, e non prova affetto o rispetto per nessuno dei suoi familiari.
In un lieto fine, ci si aspetterebbe che un personaggio come Thenardier subisse un qualche tipo di punizione o “contrappasso”, invece non è così. Pur essendo stato smascherato, ottiene il denaro necessario per compiere il suo viaggio. Come spesso accade non comprende perché gli venga dato ciò che chiede nonostante la sua colpevolezza conclamata, non comprende che quello che riceve è solo disprezzo sotto forma di denaro.
Da questo punto di vista, quindi, al trionfo di Marius e Cosette corrisponde il trionfo di Thenardier. Se, però, si considera il viaggio di Thenardier come un allontanamento del male da Cosette, allora l’impressione iniziale cambia. Cosette e Marius, finalmente, sono liberi di vivere serenamente il loro amore e tutta la sofferenza di Fantine e Jean Valjean si concretizza nella felicità assoluta della piccola Euphrasie.

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